Teseo abbandona Arianna sull’isola di Naxos Filippo de Liano detto Filippo Napoletano
(Napoli?, 1587? - Roma 1629)

Teseo abbandona Arianna sull’isola di Naxos
Olio su alberese , lineato d’Arno, in ovale cm 33,5 x 60

 

Il dipinto appare immediatamente come un oggetto particolarmente prezioso per il materiale di cui è costituito: l’alberese, nella sua varietà chiamata lineato d’Arno. Questa pietra, tipica delle colline Toscane, presente nel commesso marmoreo già dalla fine del Cinquecento, ebbe un momento di successo a Firenze nei primi decenni de Seicento, quando alcuni artisti, colpiti dalla pittoresca gamma delle sue sfumature del beige del bruno e del marrone, lo utilizzarono per ambientarvi paesaggi animati da piccole figure. Il lineato d’Arno, per le sue lunghe e ondulate striature evocanti le onde, si presta all’ambientazione di episodi marini, mentre l’altra varietà nota, la pietra paesina, presenta un tracciato sia orizzontale sia verticale, con linee scheggiate e di spessore diseguale più adeguate a simulare dirupi e montagne.
Fra gli artisti che a Firenze realizzarono dipinti di questo genere, come Baccio del Bianco, uno dei maggiori è proprio Filippo Napoletano cui l’opera, dal tono quasi scherzoso, si ascrive. Filippo eseguì numerosi dipinti utilizzando questo tipo di supporto nell’uso del quale raggiunge risultati di preziosa eleganza, come i sette quadretti donati al Granduca di Toscana e oggi conservati all’Istituto di Studi Etruschi (Firenze).
Nell’ovale vediamo Arianna dormiente in una tenda e Teseo che, con i vestiti arrotolati sottobraccio, fugge, alla chetichella, verso la nave che lo attende per salpare. La storia di Teseo si intreccia con quella di Arianna a Creta dove la giovane, innamoratasi dell’eroe, lo aiutò a uccidere il Minotauro e a liberarsi dal labirinto dedaleo grazie al mitico filo. Teseo, fingendo di contraccambiare il suo amore, porta con sé la fanciulla dicendo di volerla condurre ad Atene. Le versioni del mito sono un po’ diverse fra loro, ma la più nota e rappresentata dagli artisti vuole che l’eroe, ingrato, abbia abbandonato Arianna addormentata nell’isola di Naxos. Per fortuna, all’alba, il dio Dioniso, la svegliò e se ne innamorò facendone la sua compagna e rendendola immortale. Questo momento della storia è stato scelto come tema per molte opere fra cui, nel primo decennio del Seicento, uno dei capolavori di Annibale Carracci nella Galleria Farnese.
A Firenze l’episodio del Trionfo di Bacco e Arianna godeva di una certa notorietà per aver costituito argomento di un poema di Lorenzo dei Medici ed esattamente quello che diede vita ai suoi versi più conosciuti

Quest'è Bacco e Arianna, / belli, e l'un dell'altro ardenti: / perchè 'l tempo fugge e inganna, / sempre insieme stan contenti. / Queste ninfe ed altre genti sono allegre tuttavia. / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c'è certezza.

In anni molto più vicini al soggiorno di Filippo, il poeta fiorentino Ottavio Rinuccini (Firenze, 1562-1621), scrisse Il lamento di Arianna, opera centrata sul tema dell’abbandono della giovane donna e musicata dal Monteverdi, rappresentata a Mantova, il 28 maggio 1608 per le nozze di Francesco Gonzaga con la diciannovenne Margherita di Savoia. Così come per Ruggero libera Angelica (Firenze,Istituto di Studi Etruschi), dello stesso pittore si è ipotizzato il rapporto con l’opera teatrale messa in scena per il Granduca, forse anche per questo soggetto si può pensare che egli abbia tratto ispirazione dall’ode del Rinuccini offrendone tuttavia una interpretazione meno drammatica.
La composizione è impostata con un tono lieve che sembra giustificare in pieno la preferenza di Cosimo II dei Medici quando chiedeva al pittore di allietare le sue ore di malato, dipingendo nella sua stanza paesaggi con piccole figure e storie in piccolo. La figurina di Teseo, dagli arti sottili e dalla delicata fisionomia, rievoca da vicino quella di Nettuno dell’importante Trionfo di Nettuno e Anfitrite , opera complessa e ricca di dettagli straordinari da considerarsi fra le maggiori e del pittore, mentre il particolare della Arianna addormentata appare trattato in modo molto simile alla figura di Angelica del ricordato dipinto Ruggero libera Angelica su pietra paesina.
Le venature della pietra, sapientemente utilizzate, creano l’effetto delle onde e il galeone alla fonda si sovrappone a quelli che appaiono in numerosi disegni e dipinti realizzati dall’artista durante la sua breve carriera artistica e per i quali era noto a collezionisti e committenti fiorentini e romani.
Non sappiamo se Filippo De Lagno, o Napoletano, sia nato a Napoli o vi sia giunto da piccolo con il padre pittore, senz’altro la sua educazione si svolse nella capitale del Viceregno, cui rimase sempre legato. Attivo prima a Roma e quindi a Firenze dove, dal 1617 al 1621, fu pittore di corte di Cosimo II, alla morte di questi tornò a Roma dove restò, tranne che per un breve soggiorno a Napoli del 1625, e dove morì nel 1629.
Apprezzato e ricercato dai principali collezionisti dei suoi tempi, come Cassiano dal Pozzo e i Barberini, sperimentò diversi generi e materiali, nell’ambito della sua continua ricerca di originalità che lo portò anche a diventare collezionista di oggetti particolari.
Eseguì affreschi, dipinti da cavalletto su tela, su rame e su pietra e incisioni disegni, realizzò dipinti di paesaggio, marine e scene di genere. Grazie alla conoscenza dell’opera di Adam Elsheimer e di un’interpretazione della realtà naturale di matrice fiamminga, ma cauta e accostante è fra i protagonisti del rinnovamento della visione paesaggistica, dispiegando in ogni circostanza un felice uso della luce. Gli episodi e le figure, frutto di un descrittivismo raffinato e minuto, denotano la profonda adesione alla cultura nordica che Filippo poteva aver conosciuto nella sua gioventù napoletana e approfondito in seguito a Roma.

Maria Rosaria Nappi